Enrique Barón Crespo e Monica Baldi

Enrique Barón Crespo (Madrid, 27 marzo 1944) è un professore universitario, avvocato e politico spagnolo. Come avvocato, si è occupato di diritti umani durante l’ultimo periodo franchista (1970-1977). E’ stato Ministro dei Trasporti, del Turismo e delle Comunicazioni nel primo governo di Felipe González (1982-1985), deputato e poi Presidente del Parlamento europeo (dal 1989 al 1992). Attualmente è presidente della Unión de Europeístas y Federalistas de España (UEF España). Ha scritto numerosi saggi di materia giuridica e istituzionale, nonché opere di argomento letterario. Nel 1987 ha sposato la pittrice spagnola Sofía Gandarias, dalla quale ha avuto un figlio. Sofía Gandarias è deceduta nel 2016.

 

Intervista di Andrea Iezzi a Enrique Barón Crespo. Firenze, 20 ottobre 2018.

Vorrei avere qualche informazione in più sul percorso artistico di sua moglie Sofía Gandarias, e sulle opere esposte in San Miniato al Monte.

Mia moglie ha descritto se stessa come una persona che ha avutola vocazione di pittrice da sempre. Si può conoscere il complesso della sua opera, consultando il catalogo ragionato online e la sua biografia. partendo dal sito www.gandarias.es. All’inizio della sua storia, Sofía voleva fare la cantante professionista, ma poi dovette affrontare un’operazione alle corde vocali complicata; e tra pittura e musica scelse dunque la pittura… ma sempre unita alla musica. Sofía diceva di essere pittrice grazie alla musica. Fin da bambina, Sofía ha nutrito un grande amore per l’Italia; amore che io condiviso con lei…

Sua moglie ha vissuto per alcuni periodi in Italia…?

Sì, veniva qui spessissimo. Quando succedeva che per tre mesi non era venuta in Italia… mi diceva: “Bisogna che torniamo in Italia”. Poi –  l’ho raccontato oggi – quando le ho chiesto di sposarmi, mi ha risposto: “Firenze o Venezia!” (sorride).

…alla fine vi siete sposati in Ca’ Farsetti a Venezia… era il 1987.

Sofía andò a vivere per sei mesi a Venezia quando ha fatto una mostra antologica ai primi anni ’90, e quando ha concepito la serie Primo Levi (2000), che ora è in permanenza a Gerusalemme. Era stata esposta in varie tappe a Milano, Torino, Genova…, poi in altri paesi in Spagna, in Croazia; e poi quando ha dipinto la serie di opere Kafka il visionario (2007), e quando ha fatto New York. 11 settembre (2001). Ha vissuto a Spoleto, Sant’Oreste, Napoli, Roma…Sì, sì… è stata molto in Italia, ci ha lavorato, e ne aveva un amore sconfinato. Diceva che l’Italia era la sua seconda Patria…

Tornando alle opere in mostra, qual è stata l’ispirazione del trittico Gernika?

Sofía era nata a Guernica, nel dopoguerra. Ricordava che c’era sempre stato un silenzio su quello che era accaduto. Diceva che avevano rifatto la città, ma senza anima. Sofía ha scoperto, perché all’epoca non si parlava molto…

…non si poteva…

…non si poteva… Sofía ha scoperto il dramma e ha maturato per molti anni questa idea. E alla fine un sindaco di Guernica, che era un europeista convinto, le ha chiesto di dipingere questo trittico. Eravamo alla fine degli anni ’90. Sofía diceva che ci aveva pensato moltissimo ma che non se ne sentiva capace… e poi ci è riuscita; lo ha dipinto tra il 1997 e il 1999 a Bruxelles, abitavamo lì allora. Lo ha inaugurato a Bruxelles nel 1999 nel Parlamento Europeo, e poi nella sua città, Guernica; dove è collocato da allora. Io sono arrivato a un accordo con il Museo di Guernica in quanto amministratore dell’eredità di Sofía (definito Legado Gandarias), e ho deciso che fosse giusto fare questa mostra, anche per la consonanza con l’Ordine benedettino. I Benedettini sono da sempre monaci con una vocazione “europea”, per la pace: considerano questa Gernika un po’ una loro opera. Il trittico è stato già esposto nel Monastero di Santo Domingo de Silos, che è uno dei grandi centri del canto gregoriano, e adesso arriva in un luogo unico al mondo come San Miniato al Monte.

Immagino, vista anche la grande emozione che  provocano queste tele, che Gernika sia un’opera che Sofía Gandarias ha realizzato anche sulla base di suggestioni fornite da testimoni diretti della tragedia…

Sì, e inoltre il giorno dell’inaugurazione dell’opera nelle foto ufficiali Sofía aveva accanto un uomo e una donna superstiti di quella tragedia, sì…

La sofferenza, questo pathos è molto visibile…

…E’ molto visibile… mia moglie ha fatto un lavoro molto paziente… io le ho dato una mano per ritrovare gli articoli di George Steer, il reporter di The Times che diede le prime notizie della distruzione della capitale basca. Sofía ha fatto un lavoro paziente di ricostruzione anche del paesaggio, delle rovine con l’aiuto di fotografie dell’epoca e con testi descrittivi: si tratta in sostanza di un lavoro di “archeologia artistica”, che è anche “archeologia politica”.

Certamente con questa mostra, lei tributa un grande omaggio all’opera artistica di Sofía Gandarias. Come si inserisce in tale contesto, il supporto di Monica Baldi?

Monica Baldi è una mia grande amica, abbiamo lavorato insieme nell’Associazione degli ex deputati al Parlamento europeo. E’ lei che ha proposto all’Abate di San Miniato, Padre Bernardo Gianni, di realizzare questa mostra. Padre Bernardo ha subito accettato con entusiasmo. Io credo che la Baldi, in quanto architetto ed esperta in allestimenti espositivi, abbia fatto un lavoro particolarmente brillante in condizioni di lavoro piuttosto difficili perché la cripta della Basilica ha mille anni, non è certo un luogo nato per fare mostre; eppure i quadri si integrano bene con l’ambiente.

 

 

Monica Stefania Baldi (Pistoia, 26 aprile 1959) è una politica italiana, e architetto urbanista. Baldi inizia l’attività politica in Toscana nelle file del PSI. È stata eletta deputata al Parlamento Europeo nella lista Forza Italia (dal 1994 al 1999), con l’incarico di presidente vicaria della commissione Cultura, Istruzione, Gioventù e Sport. E’ stata eletta alla Camera dei deputati (2001). Durante la legislatura è stata segretaria della terza Commissione Affari esteri e comunitari. Ha alternato l’attività politica con quella professionale, e un grande impegno associativo, ricevendo numerosi premi e onoreficenze tra cui, nel 2007, il titolo di Grande Ufficiale al merito della Repubblica Italiana.

 

Intervista di Andrea Iezzi a Monica Baldi. Firenze, 20 ottobre 2018.

Come ha conosciuto il trittico Gernika?

Ho conosciuto l’opera Gernika nei pressi di Burgos, esposta nell’Abbazia benedettina di Silos, l’ho vista con un’installazione molto minimalista, su pareti bianche, su cui emergeva la forza della pittrice Sofía Gandarias, che però non ho avuto la fortuna di conoscere perché è mancata a gennaio 2016; prima di Gernika avevo già ammirato l’opera di questa grande artista per la prima volta a Gerusalemme, nell’Università Ebraica, in occasione di una mia visita all’esposizione permanente della serie “Primo Levi”. Gernika è riuscita ad impressionarmi ancora di più perché porta l’attenzione a un fatto storico molto tragico presente nella nostra memoria; l’artista riesce a farti vivere quei momenti attraverso queste pennellate in cui il rosso non è il rosso acceso come simbolo di passione; ma è il rosso del sangue, quindi simbolo della tragedia. Da questo fatto di immane gravità, accaduto tra le due guerre mondiali, l’artista cerca uno spunto per evocare un dialogo di pace. L’artista lo dice, più volte nelle sue espressioni Gandarias parla dell’importanza della storia e della memoria per non commettere mai più queste terribili tragedie contro l’umanità tutta.

Questo ciclo di opere è anche un grande atto d’amore verso la sua città natale…

E’ un grande atto d’amore, è vero; ma se pensiamo che la pittrice ha atteso così tanti anni prima di dipingere questo trittico, e quindi ha lavorato con i bozzetti… alcuni dei quali non sono poi stati usati per la redazione definitiva dell’opera. L’artista non ha ripensamenti: decide che quel tratto, quel segno, quell’icona porta di più l’attenzione a quel preciso momento storico, quel 26 aprile 1937, alle ore 16 e 30; questa data è stata poi incisa nel campanile di San Giovanni, la chiesa simbolo distrutta in quel bombardamento.

Passano molti anni prima che la Gandarias riesca a fare pittura da questo intreccio di sensazioni e di ricordi…

Questo vuol dire che l’artista passa per un’elaborazione non sono interna, ma anche per una ricerca storica, di ricerca delle immagini di quel momento, e di confronto con chi le ha vissute…Gandarias va in profondità, non è un’artista che si esprime all’improvviso. Ha bisogno di studiare a fondo per capire qual è il problema, la questione, qual è l’elemento forte che vuole trasmettere come messaggio all’umanità e lo fa con grande proprietà e con grande attenzione al particolare. Se prestiamo attenzione alle icone che rappresenta: le madri, i feti, le croci insanguinate: questo grande trittico è davvero forte. D’altronde, la città di Guernica diventa una grande icona di pace nel mondo a partire dal grande dipinto che Picasso dedica alla tragedia. Anche l’opera della Gandarias vuole idealmente condurre lo spettatore ad una riflessione analoga.

Vedo che anche l’impresa curatoriale di collocare l’opera in un contesto di estrema storicità è stata complessa… entriamo nello specifico del suo lavoro di architetto…

Come architetto ho avuto all’inizio qualche difficoltà, perché quando don Bernardo ha detto: “Sì, bene. Nella cripta faremo per la prima volta una mostra di arte contemporanea”. Io ho pensato: “Che meraviglia!…che straordinarietà!”.Poi però ho subito intuito che avremmo dovuto aver rispetto di tutto l’ambiente storico circostante, e fare in modo che l’opera valorizzasse la cripta, e viceversa. Che l’opera sia di fatto integrata. E mi sono messa a pensare. Prima di creare i pannelli per quest’allestimento ho fatto diverse riflessioni, ho preso le misure di tutti gli spazi; ho cercato di capire come installare le opere. Consideriamo che gli ambienti sono coperti con volte a crociera, e tutti gli spazi dei soffitti sono come grandi vele, tutte disuguali, disarmoniche. Se prestiamo attenzione al muro su cui è appoggiato il trittico, e dove sono appoggiati i bozzetti finali, troviamo molte irregolarità costruttive. La condizione di partenza era riequilibrare la muratura, o meglio di fare in modo che ci fosse un effetto di continuità con il trittico. Ho ottenuto questo risultato utilizzando dei pannelli autoportanti per non avere interferenze con il monumento. Questi pannelli dovevano avere i colori del muro, ma… come lei ha visto, i colori del muro cambiano…non è un muro uniforme neppure cromaticamente, quindi abbiamo dovuto cogliere un elemento medio…

…una sfumatura…

Esatto, una sfumatura, tra i toni di grigio e di giallino della pietra sottostante. E poi il problema della base che riprenda la pietra serena, che è l’elemento cromatico di contrappunto che si ritrova dovunque in San Miniato. Quindi è stato importante ritrovare gli stessi materiali, e ancor più gli stessi colori dei materiali, e fare in modo che questo trittico fosse inserito in mezzo alle colonne e che si sposasse con la luce. E’ stato un altro grande problema al quale abbiamo lavorato per un paio di giorni, perché non era facile lavorare con questo elemento, cioè proiettare la luce sulla volta e farla ricadere…

…in modo che dia luce alle opere da lì…

Sì, non è stato facile neppure quello. Io ringrazio tutta l’équipe che ha lavorato al mio fianco, dall’elettricista, agli addetti all’illuminazione…tutto il gruppo che ha lavorato con noi, quelli che hanno lavorato ai pannelli autoportanti… è stato di alta qualità…

E hanno avuto un buon progetto alla base…

Devo dire che sono un po’ esigente; gli operai mi hanno detto qualche volta: “Sei un po’ rigida…” però alla fine il risultato si vede… perché con il mio occhio sono abituata a vedere l’errore da lontano… più volte, quando mi dicono: “Va tutto bene!”, io rispondo: “No, quello non va bene…”.

Ha coniugato il desiderio di esporre Gernika in questo contesto unico, con le sue competenze tecniche…

Sì, devo dire che avevo già curato diverse esposizioni, ma anche conoscere la storia di un luogo come questo aiuta a capire meglio quali sono gli elementi utili a valorizzare le opere…

…e aiutano a non “soffocare” le presenza intorno…

…e viceversa a “dare respiro” alle opere esposte.

 

Nell’immagine, Monica Baldi con Enrique Barón Crespo davanti alle opere di Sofía Gandarias esposte nella Cripta della Basilica di San Miniato al Monte (Firenze), durante il vernissage della mostra Gernika, lo scorso 20 ottobre 2018.