Sara Alberani

Sara Alberani. Nasce a Faenza (RA) e attualmente vive e lavora a Roma come curatrice indipendente. Si laurea con una tesi sulle pratiche artistiche laboratoriali e relazionali dagli anni ’90 ad oggi.  Dal 2018 è referente per il progetto Climate Art Project insieme all’artista italiano Andreco, con progetti sui cambiamenti climatici.  Dal 2018 collabora come curatrice con la galleria fotografica 10b. Nel 2019 è tra i curatori selezionati per la residenza CuratorLab presso la Konstfack University di Stoccolma e tra i curatori del premio Visibile, presso Hotel de Ville, Parigi.

 

Pensi che Il vivere in una grande città possa influenzare l’espressione culturale?

Le grandi città sono luoghi dell’incertezza, della velocità e della varietà, al loro interno si stanno dissolvendo – e continuamente ricreando – le forme con cui le relazioni sociali hanno segnato la storia umana.

Le grandi città sono anche ambienti in cui i luoghi tradizionali della cultura cambiano funzione e nuovi luoghi si avvicendano spesso con rapidità.

Tutto questo sfida l’espressione culturale di ogni persona, che è condizionata dalle possibilità di manifestarsi, cui i propri mezzi – risorse economiche, relazioni, strumenti culturali, …. – consentono di accedere.

La condizione urbana è il cuore di tutte queste questioni, questi sono problemi ma anche opportunità. Opportunità per gli operatori e per gli spazi culturali per interfacciarsi e agire con la loro presenza all’interno della città, fisicamente.

Oggi le città sono luoghi in cui ripensare i limiti dello stato-nazione, sono spazi in cui l’emancipazione, la formazione, la multietnicità, l’accesso all’offerta culturale permettono di costruire un pensiero critico che è un ostacolo al dilagare dell’intolleranza, del razzismo, di una continua propaganda che investe le minoranze e le fasce più fragili della nostra società. Lo vediamo dagli ultimi risultati elettorali: Brexit, Trump, i sovranismi, trovano un argine nelle grandi città.

Al tempo stesso i centri storici sono affetti dal turismo di massa che spazza via i residenti e li allontana dal diritto alla città e all’abitare. Le politiche culturali cittadine non possono essere uno strumento ulteriore di gentrificazione e di consumo dello spazio urbano.

In che direzione si sviluppano le tendenze alternative nella cultura e il concetto di controcultura? In che modo la Cultura Collaborativa, così presente oggi, influenza tali ambiti?    

Per rispondere restringo la nozione di cultura al campo di cui mi occupo, che è quello dell’arte contemporanea, in qualità di curatrice indipendente.

Accorpo queste domande insieme perché cultura alternativa, collaborativa, controcultura hanno una matrice comune in numerose pratiche artistiche attuali.

Durante gli anni ’70 e poi negli anni ’90 e con un ritorno negli ultimi anni, numerosi artisti hanno concepito l’opera d’arte come un campo aperto alla sperimentazione, alla relazione, alla partecipazione, espandendo l’opera ben al di là dello spazio e del momento espositivo.

Ogni volta che questo accade siamo davanti a pratiche che non rispondono soltanto a criteri estetici e formali, ma cercano di dare vita a quelle necessità intrinseche al campo culturale: creare impatto sociale, occasioni di formazione, di accessibilità ai contenuti, di impegno sulle urgenze del nostro presente.

Sono pratiche che sconfinano dal campo delle arti visive all’attivismo, alle pratiche sociali, alla ricerca scientifica e che, ovviamente, fanno politica senza il bisogno di pronunciare questa parola. Laboratori, momenti di discussione e il lavoro con le comunità, la presenza sul territorio e la relazione con coloro che lo abitano: sono forme attraverso le quali l’artista esprime la propria ricerca, senza rinunciare a situarla nel campo del sensibile: il linguaggio che non risiede nello scambio di informazioni e conoscenza, ma interpreta attraverso i sensi, come per le opere d’arte finite.

Riscontri a tal proposito delle differenze tra  Spagna e Italia?

Una differenza importante: la presenza dei centri culturali in Spagna, un modello che in Italia è molto meno frequente. Sono luoghi estremamente interessanti perché molto più flessibili e accessibili dei musei, sono spazi polifunzionali con una programmazione molto varia, sia per tematiche che per forme. Inoltre spesso programmano in collaborazione con le scuole, con i comitati del territorio e con le realtà culturali indipendenti, anche per un uso interno dei propri spazi.

Aule in cui studiare, seguire corsi di formazione, spazi per concerti e performance, bar, cucine e spazi conviviali. Sono luoghi che diventano punti di riferimento all’interno dello spazio urbano per come vengono utilizzati al di là della visita alle mostre. Ci si rimane a lungo, li si usa. Un esempio: il CCCB a Barcellona, dentro i loro spazi una piccola associazione indipendente anni fa ha trovato uno spazio in cui lavorare e incontrarsi, così nasce il Sonar. Se non avessi visitato il CA2M e La Casa Encendida a Madrid e Hangar, Fabra y Coats, CCCB a Barcellona avrei un’idea molto limitata di quello che succede in queste città.

Un’altra differenza risiede nelle tematiche affrontate dalla programmazione culturale: città come Barcellona hanno un livello di coscienza e di conoscenza su argomenti come uguaglianza di genere, diritti civili, libertà di espressione nettamente superiore se comparate a Roma.

Questo aspetto si riflette anche all’interno delle istituzioni: moltissime sono le donne referenti e direttrici delle strutture, mentre la parità di genere in Italia resta un punto critico, soprattutto all’interno del campo culturale.

A conclusione, oggi si parla molto dell’effetto della globalizzazione sulla cultura, cosa ne pensi al riguardo?

La globalizzazione lavora su scala planetaria, e mentre da un lato necessariamente tocca e coinvolge linguaggi e culture diverse, massimizza la propria efficienza nella generazione di profitti se i prodotti che commercia tendono a standardizzarsi.

Questo vale ovviamente anche per i prodotti culturali, i quali a loro volta riflettono e al contempo influenzano il modo di vedere il mondo di chi li usa. Quindi, mentre da una parte aumentano la circolazione di diversità, dall’altra tendono a ridurla, a standardizzare con perdita di contenuto informativo, a banalizzare.

Assistiamo perciò in parallelo ad un gigantesco aumento dell’offerta che però si concentra su prodotti che tendono ad assomigliarsi progressivamente e dunque su una riduzione della diversità culturale.

Come l’impatto umano sulla natura fa estinguere specie viventi, magari favorendo l’evoluzione di altre, la globalizzazione riduce la varieta’ e la ricchezza culturale e spinge fortemente la vita culturale nella sfera del “consumo” di beni e servizi al tempo libero.

Un esempio su tutti: i musei sono percepiti come luoghi di libertà di espressione, dove si affrontano tematiche urgenti che affliggono il nostro presente, ma poi lavorano come macchine del postmodernismo, inglobano, gentrificano.

Si presuppone che questi spazi abbiano una funzione sociale ma poi sono riservati ad un pubblico d’élite e alle masse di turisti. Spesso si trattano argomenti di conflitto, ma poi il conflitto all’interno del museo scompare, diventa un parlare degli altri senza gli altri: un esercizio autoreferente e destinato al mercato dell’arte.

Margarita Rodríguez, Roma 10 dicembre 2019