Rodrigo Cuevas

Abbiamo intervistato Rodrigo Cuevas (Oviedo, 1985) il giorno dopo la sua performance alla Real Academia de España en Roma il 6 giugno 2019.

Dopo essersi spogliato del suo spettacolare costume disegnato dal sarto Constantino Menéndez per la rappresentazione del giorno precedente, oggi ci troviamo di fronte a un individuo profundo, lontano dall’agitatore folcloristico come egli stesso si definisce.

 

Raccontaci un po’ di te..

Vivo in un piccolo villaggio dell’Asturia di soli otto abitanti. Si potrebbe dire che è la cosa più bella che faccio nella vita, vivere in campagna. Lì sono felice perché sono circondato da persone che conosco e so di essere in un ambiente in cui il divario generazionale è molto più piccolo che in città. Gli anziani stanno insieme ai giovani, i bambini conoscono i nomi dei più grandi e viceversa e questo è molto importante, ma soprattutto perché c’è la trasmissione di conoscenze orali tra le persone e non tra figure di autorità (come per esempio le scuole, i genitori, o i mass media), ed è il mondo che mi piace e che cerco di trasmettere negli spettacoli, attraverso quelle storie che mi raccontano, quel mondo che vivo e ammiro.

Attraverso i tuoi spettacoli possiamo vedere che il folclore è molto importante per te, perchè?

Sì, ho conosciuto il folclore per caso. Non mi affascinava quello che si faceva perché non ne avevo capito l’essenza, finché non l’ho scoperto quando ho incontrato le donne che cantavano e suonavano il tamburello. È stato allora che mi sono innamorato del folclore ed ho capito realmente cosa significava. Il folclore è il grande sconosciuto, perché la gente lo capisce soprattutto attraverso il flamenco, che “divora” tutto e non permette di vedere cosa c’è dietro, ma allo stesso tempo non identifica tutti. Il flamenco è una piccola parte di tutto ciò che esiste nella Penisola Iberica, qualcosa di enorme e pieno di ricchezza, ma che ci unisce tutti.

Che tipo di formazione hai avuto?

Ho studiato pianoforte al Conservatorio di Oviedo e poi sono andato a Barcellona per studiare sonologia (lo studio del suono), e lì ho scoperto la musica tradizionale. Poi sono andato in Galizia e ho vissuto otto anni in un villaggio di montagna dove ho imparato a suonare il tamburello con le signore e ad uccidere agnelli e maiali e molte altre cose perché la cultura ha molte manifestazioni e tutti la caratterizzano. Dal mio punto di vista la musica tradizionale non può essere separata dai suoi riti e costumi. È la loro cultura ed è nel suo insieme, come nella tradizione orale di storie, di romanzi, di musica, di forme di vita o di linguaggio…. tutto va insieme.

Ma anche nella tua performance possiamo vedere più elementi del folclore. Il corpo ha molta presenza. Cosa significa?

Sono anni che ballo danza contemporanea ed uso il corpo da due prospettive: come danza e come rivendicazione di liberazione. La gente mi chiede perché mi spoglio nelle mie performance e io dico loro che lo interpreto come un modo di espormi, di manifestare come sono e come comprendo la libertà. È meraviglioso spogliarsi davanti alla gente. Mi sembra essere qualcosa di liberatorio sia per me stesso che per gli altri. Cerco di convincere la gente a spogliarsi ai concerti, ma non ci riesco mai.

Ma sembra anche che il corpo per te sia un catalizzatore di identità. Vediamo nei vostri spettacoli l’unione del folclore con un’identità cosmopolita..

Non é in conflitto. Abbiamo l’idea che in campagna vivono persone che hanno pochi interessi, ma non è così. Si può vivere in campagna e essere anche una persona cosmopolita. I grandi artisti della storia hanno apprezzato proprio questo e si sono trasferiti in campagna per vivere, come luogo dove sviluppare tutta quell’attività intellettuale e allo stesso tempo godere della libertà che deriva dal viverci.

A che tipo di libertà ti riferisci?

Alla libertà vitale. Non devi prestare attenzione all’ora in cui accendo la musica per paura di disturbare il vicino. Accendo la musica quando voglio, ed esco nudo per prendere il sole in qualsiasi momento. Non ci sono regole così rigide sul modo in cui dovremmo comportarci, le regole di coesistenza sono quelle che patteggi con il tuo vicino.

Intendi che una persona che vive in un paesino può essere cosmopolita?

Credo che ciò che vivo nel mio paesino mi arricchisce più delle mie esperienze al di fuori di esso.

Guardare i tuoi spettacoli dà l’impressione di essere postmoderno. Però, come ti vedi, cosa vuoi mostrare visto che stiamo parlando di costumi ed espressioni corporali? Pensi di essere all’avanguardia?

Il folclore è avanguardista.

E’ un’interpretazione del folclore?

Utilizzo le cose che ho nello zaino artistico, dove ho un po’ di contemporaneo, un po’ di folclore, di danza e delle storie che racconto. Credo che il folclore sia eterno e che continui a funzionare e di fatto significhi l’espressione viva di un popolo e quindi parla sempre di ciò che sta accadendo o ciò che accadrà. Il folclore è sperimentazione, è molto d’avanguardia e contemporaneo.

Con le tue performance, vuoi  rivendicare qualcosa?

Affermo molte cose: umanità, umanesimo nel senso di uguaglianza tra uomini e donne di questo mondo e trattare gli altri con amore, che è una cosa che peraltro nei villaggi è molto presente in tutti gli aspetti.

Rivendico anche l’ecologia, la libertà sessuale e la libertà a lettere maiuscole, in tutti gli aspetti della vita e…. l’amore soprattutto.

Vuoi aggiungere qualcos’altro?

Sì, rivendico il corteggiamento. Perché il corteggiamento è ciò che ha fatto evolvere l’arte popolare. È ciò che fa evolvere tutto ciò che ci circonda, impressionando gli altri, e se da un lato ha un aspetto negativo quando è egomaniacale, dall’altro ha una parte molto importante perché incoraggia la creatività.

 

Margarita Rodríguez. Real Academia de España en Roma, 7 giugno 2019

© foto: Kike Llamas