Luciana Fortini

Incontro in privato l’illustre Luciana Fortini che si presenta come sempre elegantemente vestita. Illustre, perché riceverà da Sua Maestà il Re Filippo VI l’Ingresso all’Ordine al Merito Civile per la donazione alla Spagna di importanti opere d’arte, in particolare la serie sull’Imperatore Adriano.

Nonostante i età, ha un’insolita lucidità ed una dolcezza che solo le persone che hanno goduto la vita possiedono. Mi guarda con quegli occhi che, seppur piccoli, si distinguono per la loro estrema vivacità, forse perché è nata lo stesso giorno dell’imperatore Adriano, il 21 gennaio 1927 a Roma, nel tracciato più antico della città, l’attuale via Coronari.

Vi presentiamo la viva storia di una donna saggia e sempre creativa e che, soprattutto, ha lottato per la sua indipendenza e libertà.

 

Come ha iniziato nel mondo dell’arte?

Ho avuto una chiara influenza da parte di mia madre perché oltre ad avere una particolare sensibilità era una persona estremamente generosa.

A che età ha manifestato interesse per l’arte?

Da quando ero una bambina. Ad otto anni ho partecipato a un concorso di pittura per adulti, mi è stato assegnato un premio che consisteva in un viaggio in Germania, ma è arrivata la guerra e non sono riuscita ad andarci.

Da dove viene il suo rapporto con la Spagna?

Si potrebbe pensare che sia stato perché ho vissuto in Spagna per molti anni e mi sono sposata con uno spagnolo. Ma il mio primo legame viene dalla lingua. Avendo studiato il latino, sono rimasto colpita dal fatto che lo spagnolo ne conservava ancora la metrica, mentre l’italiano l’aveva persa. Dante Alighieri, il padre della lingua italiana, costruì l’italiano abbandonando molte parole che erano latine, ma che tuttavia lo spagnolo conserva, come L’uso della “h” così diffusa nella vostra lingua. Abbiamo una città che si chiama Latina e possiamo dire che questo è stato il seme della fratellanza tra popoli come la Spagna e l’Italia.

Abbiamo anche qualcos’altro in comune, gli imperatori Adriano e Traiano, che entrambi chiamiamo “i nostri imperatori”.

Quando è stata la prima volta che Lei andò in Spagna?

Avevo 22 anni. Ero studentessa al Centro Sperimentale del Cinema ed avevo come compagni il cantante Modugno e altri che poi sono diventati registi importanti.

Fui invitata da alcuni amici che vivevano in Spagna e conobbi la mia futura cognata. Sposai un uomo di Madrid e dopo un matrimonio fallito tornai in Italia.

Che lavoro ha svolto in Spagna?

Ho avuto la fortuna di partecipare a film di rilievo, girati soprattutto nel sud della Spagna. In questo periodo ho conosciuto Bud Spencer all’inizio della sua carriera cinematografica. Si sposò con la figlia di un produttore cinematografico, ed ha iniziato a lavorare nella produzione, anche se io lavoravo nella parte tecnica del cinema, nella scenografia.

Il suo primo lavoro fu come segretario. Era il responsabile delle commissioni, ma andava a lavorare in un’enorme macchina bianca. A quel tempo a Roma avevo la fortuna che lui mi venisse a prendere con questa grande macchina così non arrivavo mai in ritardo al lavoro.

E ha lavorato a Cinecittà?

Cinecittà era solo uno degli studi. Ce n’erano altri come il Teatro de Posa e il Teatro 5 che era più grande, dove lavorai al film “La città prigioniera” (1962) con David Niven.

Gli americani che venivano a girare in Italia mi chiamavano perché parlavo inglese e spagnolo.  Venivano a girare qui in Italia perché era più economico.

Disegnavo i costumi che si realizzavano in una sartoria a Madrid per gli attori principali e per quelli che uscivano in primo piano. Nella mia carriera ho disegnato un totale di 800 costumi per il cinema.

Come è stata la sua esperienza con il cinema in Spagna?

Abbiamo lavorato ad Almeria per la sua somiglianza con il paesaggio del far west (americano) e fortunatamente trovammo una colonia di svedesi biondi e con gli occhi azzurri che parteciparono come comparse.

Lì abbiamo costruito scenografie per film di Sergio Leone e Franco Giraldi come “Un minuto per pregare, un istante per morire” (1968).

Cambiando argomento, chi è il tuo artista spagnolo preferito?

Tutti e nessuno. Nelle mie sculture la gente vede influenze da altri luoghi, come il Sud America. Ma quando i sudamericani le vedono, dicono che sono italiane. La stessa cosa mi è successa con qualche lavoro che sembrava avere un’influenza giapponese. Così succede con tutte le mie sculture, che si trovano praticamente tutte nell’Archivio di Stato e nell’Università di Tor Vergata.

Ci sono delle sue opere all’estero?

Sì, ho opere in diverse parti del mondo, in America, in Australia e nell’Europa dell’Est come in Romania e sono tutte donate, perché il mio dovere, quello che penso e sento profondamente è che se donassimo arte, educazione e amore, non ci sarebbero guerre. È una fratellanza. Si potrebbe dire che non ho venduto praticamente nulla al settore privato e forse è per questo che non ho così tanta notorietà como artista.

Tutto il lavoro di produzione delle sculture, che è molto costoso, l’ho pagato con quello che ho guadagnato con il cinema e L’ho investito nel creare arte e distribuirla. È una missione, è quello che sento… non sono nessuno, ma se posso collaborare, la mia porta è sempre aperta. Quando ricevo gli studenti nel mio studio, non chiedo il loro passaporto. Gli offro la mia casa e gli do da mangiare. Accolgo per prima il bisognoso, e sai perché?, perché la mia famiglia è universale.

È così che la pensa?

Sì, sono una cittadina del mondo. Non credo nella nazionalità. Per me il Mondo è un unico paese. La mia famiglia è cosmopolita, mio figlio é nato in America, mia nipote è mezza svedese, mia nuora argentina.  Sono l’ultima italiana.

Cosa ne pensi della Spagna, della cultura spagnola?

Mi piace molto la cultura e l’Istituzione Culturale spagnola perché aiuta i suoi artisti e investe molto nella loro promozione. La Spagna ha un livello molto elevato di imprenditorialità. Inoltre, la Spagna è il mio secondo paese allo stesso livello dell’Italia.

Hanno le sue opere influenza spagnola?

Niente. Non ho l’influenza di nessuno. Quando mi chiedono qual è la mia tecnica, io dico “Tecnica Fortini”. Quando mi hanno proposto di fare la mostra per l’anniversario di Yourcenar (2003) ho detto loro che faccio pittura astratta, non figurativa.

Ho realizzato molta pittura figurativa quando ero giovane. In realtà, vengo da un figurativo molto elaborato con cui sono cresciuta per un po’ di tempo e ho guadagnato soldi, ma poi ho perso l’interesse ed ho smesso di farlo.

Dopo questo processo mi sono chiesta: cosa faccio ora?, e pensai di copiare il processo archeologico, quando si espongono i pezzi che si stanno scoprendo uno al fianco dell’altro su uno sfondo di sabbia. Ho presentato le mie opere come un dipinto archeologico, fatto di collage. Sto continuamente rinnovandomi. Lavoro ancora…

Anche Lei insegna?

Ho studenti da tutto il Mondo e sono orgogliosa di essere stata una buona insegnante, perché la mia idea è stata quella di non influenzare le persone a cui insegno con i miei gusti, ma di presentarmi come archeologa. Gli tiro fuori quello che hanno dentro, anche agli analfabeti del disegno o a coloro che pensavano di non essere in grado di disegnare. Ho detto loro di pensare alle grotte di Altamira, che il disegno è nato prima della lingua e come potevano esprimere “vado a caccia”? Disegnando!

E come lo fa?

Insegno loro a misurare prima di disegnare. Vedere, misurare e costruire. Dando loro queste linee guida imparano poi a muovere la matita e a crescere, ho avuto tante soddisfazioni con i miei studenti! Ora insegno ai figli di quella prima generazione di studenti.

Sei una insegnante-artista?

Nessuno è d’accordo con me, perché prendo con una mano e do con entrambe. Non ho nient’altro che quello che ho imparato con l’età. È il mio tesoro. Insegno tutto quello che so, anche se alcuni non sono d’accordo, ma a chi lascio la mia eredità? La do a quelli che poi la coltivano. Non lascio niente per me stessa. Per insegnare devi essere generoso, dare tutto e sono fortunata perché ho conservato tutti i miei studenti.

Quando realizzai una mostra a Palazzo Barberini, una persona mi chiese come fossi arrivata, e sai cosa ho risposto?, nel 58 (autobus).

In questa occasione tutti i miei studenti mi hanno accompagnato e li ho presentati come miei collaboratori. Ho sempre lasciato che lavorassero alle mie sculture ed a volte facevano un disastro e quando se ne andavano le ricostruivo, ma non gliel’ho mai detto.

In questo contesto, intendi dire che la figura dell’artista ha una missione?

Non una missione. Ho la sensazione di essere incinta di 5 bambini contemporaneamente. Se non do niente, soffro. Mi sento più grande dentro che fuori. Il corpo mi sta stretto. Devo dare e produrre, e poi sai cosa mi succede? Quando lavoro molte ore e poi mi guardo allo specchio, sembro più giovane di dieci anni. Le mie rughe compaiono e non so perché.

Usi l’argilla per realizzare le sue sculture?

Le mie sculture sono di grandi dimensioni, naturali, senza bozzetto. Una volta salivo su una scala. Ora non posso (ride).

No, non uso l’argilla. Nella Facoltà di Lettere e Filosofia di Tor Vergara puoi vedere l’esempio dei materiali con cui lavoro: gesso, cemento e pietra.

Come scegli i paesi a cui dare le sue opere?

Parlo con le Ambasciate ed i Consolati. Ora sono interessata a dare in dono un’opera a Lima, Perù.

Come si distingue un’opera d’arte?

Penso che sia una cosa personale. Per me un’opera d’arte non deve raggiungere il cervello ma il cuore e non ha bisogno di spiegazioni. Se ne ha bisogno, è perché l’opera stessa non dice nulla.

Ogni arte racconta una storia, anche la fotografia lo richiede, narra una storia quando cattura il “momento” e lo interpreta. La stessa arte antica si basava nel racconto. Ad esempio, se parliamo di un quadro, la sua narrazione dipende tanto dalla composizione quanto dal sapere dove collocare i colori. L’arte è una sensazione di piacere, ma deve anche raccontare qualcosa.

Intervista di Margarita Rodríguez. Roma, 19 giugno 2019.