Cristiano Leone

Photo credit: Luca Massaro

Cristiano Leone è uno dei direttori artistici più noti della scena italiana e internazionale. La sua visione culturale si sviluppa attraverso le sue ricerche teoriche per l’Università Bocconi e Sciences Po Paris e si applica concretamente ai suoi lavori di direzione artistica per diverse istituzioni internazionali, tra cui l’Ufficio di Cultura e Scienza dell’Ambasciata di Spagna in Italia. “Rievocare l’antico attraverso un doppio approccio, filologico e creativo” è la sua proposta.
Incontro Cristiano in tarda mattinata, a colazione, in una di quelle osterie romane che non si fanno notare, che si mimetizzano con la città, che stanno lì da anni perché preparano piatti giusti e gustosi. Come lui. Ma Cristiano ha anche qualcosa di “osé”: è sempre un passo avanti, procede senza fretta e senza pause, perché: “Non c’è nulla da temere quando l’obiettivo è la condivisione”.
La sua continua ricerca e curiosità, con una visione avanguardista dallo sguardo lungo, ha fatto svegliare la Roma culturale affamata di sperimentazione per portarla verso un percorso eclettico e multidisciplinare.


Nonostante la tua giovane età, hai già molte vite… Vorrei cominciare dall’inizio, dalla tua base accademica come filologo e “Doctor Europaeus” in filologia romanza presso la Scuola di Dottorato Europea dell’Università di Siena. Al centro della tua laurea specialistica, c’è la figura dello scrittore e astronomo spagnolo Petrus Alfonsi o Pedro Alfonso, traducendo dal latino, e un suo importantissimo testo: la Disciplina Clericalis. Proseguendo le tue ricerche, pubblicasti anche l’edizione critica dell’Alphunsus de Arabicis Eventibus, presso la prestigiosa Accademia Nazionale dei Lincei. Lo studio sull’eredità culturale di Pedro Alfonso ti ha consentito di creare un legame più stretto con la Spagna?

Le mie ricerche su Petrus Alfonsi mi consentirono non solo di mettere in luce uno dei primi testi della novellistica europea, la Disciplina Clericalis, ma di evidenziare come la Spagna, nel Medioevo, sia stato il paese che, più di ogni altro, consentì la diffusione in Occidente di testi letterari e scientifici orientali. Questi, infatti, attraverso una serie di traduzioni dal sanscrito al pahlavi, poi al siriaco e quindi all’arabo e all’ebraico, approdarono in Spagna e, grazie al latino, si irradiarono poi nel resto dell’Europa. Ciò avvenne perché, nella penisola iberica, convivevano arabi, cristiani ed ebrei, e spesso furono proprio questi ultimi a veicolare la grande tradizionale orientale, poiché in molti casi maneggiavano sapientemente sia le lingue semitiche che lo spagnolo, e a volte anche il latino. Fu proprio il caso di Petrus Alfonsi che, convertitosi al cristianesimo, si trasferì alla corte anglo-normanna di Enrico II Plantageneto, dando vita in Inghilterra a quel movimento di grande fioritura intellettuale che fu definito “il Rinascimento del XII secolo”. Ero molto giovane quando pubblicai la prima edizione commentata in Italia della Disciplina Clericalis. Fu per me l’inizio di un viaggio tra Oriente e Occidente, che mi avrebbe poi portato a pubblicare la prima edizione critica di un manoscritto inedito conservato alla Staatsbibliothek zu Berlin, che tramanda un rimaneggiamento in versi proprio della Disciplina clericalis. Si tratta dell’Alphunsus de Arabicis Eventibus. Il mio percorso tra questi testi mi avrebbe poi idealmente condotto nella Piccola Armenia, consentendomi di studiare un altro affascinante testo, La Fleur des histoires de la terre d’Orient del principe Het’um, che avrebbe costituito il fulcro della mia tesi di dottorato. Il mio grande interesse per la Spagna era però talmente forte che decisi di dedicare i miei primi corsi da docente universitario a Sciences Po Paris proprio alla Spagna delle Tre Culture. Il mio legame con la penisola iberica è quindi certamente nato, almeno a livello consapevole, con Petrus Alfonsi, ma anche in seguito alla lettura di tutti quei testi del medioevo spagnolo che furono per me dei veri e propri shock estetici. A mio giudizio, è spagnolo, infatti, l’incipit più bello della tradizione letteraria mondiale: “De los sos ojos tan fuerte mientre lorando / tornava la cabeça e estava los catando. / Vio puertas abiertas e uços sin cañados, /alcándaras vazías sin pielles e sin mantos / e sin falcones e sin adtores mudados”. Si tratta dei primi versi del Poema de Mío Cid, che descrivono l’eroe al momento dell’esilio. È un eroe umanissimo, che piange con gli occhi, vedendo la città desolata e soffrendo per l’ingiustizia subita. La forza di questi versi nasce forse anche dal fatto che il primo foglio del manoscritto che ha conservato il testo è andato perduto. La storia comincia dunque in medias res, con una forza emotiva e una bellezza sconvolgenti.

Hai ideato e curato per sei stagioni i Giovedì della Villa, per l’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici, iniziando così un percorso nella diplomazia culturale, che poi hai continuato l’anno scorso, lockdown incluso, creando e sviluppando un progetto per l’Ambasciata di Spagna in Italia: RADIX. Volevo che ci parlassi di questo progetto come esempio della diplomazia culturale e che condividessi con noi la tua visione europeista della cultura.

 RADIX è nato da una constatazione e da una serie di domande che mi sono posto. Il punto di partenza è che le lingue romanze sono una famiglia linguistica. Ma si tratta di una famiglia di nome o di fatto? Ogni giorno, infatti, utilizziamo espressioni come “lingua madre”, “lingua materna”, o “lingue sorelle”, ma spesso distogliamo lo sguardo dalla nostra origine comune. Quanto ci è rimasto, oggi, mi sono chiesto, della matrice culturale latina?

La lingua è radice della cultura, è l’inizio dell’interazione codificata. La lingua ci accoglie nel primo nucleo sociale, la famiglia, e ci lega poi alla nostra città e al nostro paese. È a partire dalla lingua che si manifesta, nella sua valenza comunicativa e performativa, il nostro esistere nel mondo. La lingua ci consente non solo di comunicare nel presente, ma ci riunisce al passato, in quanto conserva le tracce del tempo, tra evoluzioni e contaminazioni, fino a farsi letteratura. La lingua è, quindi, un elemento identitario ancestrale, fondatore della comunità e perno della comunicazione. La Spagna e l’Italia, con tutta la ricchezza della loro molteplice diversità linguistica, continuano ogni giorno a vivificare la lingua latina, facendola evolvere, arricchendo di parole nuove la sua già storicamente composita veste. Ma qual è, oggi, il rapporto di coloro che parlano una lingua romanza con quella lingua, il latino, da cui lo spagnolo, il francese, l’italiano, etc., hanno avuto origine?

Partendo dal presupposto che la lingua è allo stesso tempo un “organismo storicamente determinato” – con le proprie leggi fonetiche, morfologiche e sintattiche –, ma anche una creatura viva, che muta continuamente e che si trasforma nell’interazione tra emittente e ricevente (in forma scritta, parlata, declamata, cantata), ho voluto immaginare un progetto performativo, basato su un doppio confronto. Ho chiesto a uno straordinario coreografo spagnolo, Iván Pérez, oggi direttore del Dance Theatre Heidelberg, di confrontarsi con la lingua latina di Seneca (anch’egli nato su suolo iberico!) e con un monumento emblematico della storia di Roma e delle relazioni diplomatiche tra i nostri due paesi: il Tempietto del Bramante. La sua performance è stato un viaggio nelle nostre radici comuni, un vero e proprio dialogo tra i tempi che, grazie al gesto della danza contemporanea, esalta l’aspetto performativo della lingua, ma anche del monumento, che mai dobbiamo considerare come “statico”, in quanto sempre si offre all’interazione con il pubblico. Si tratta di un progetto di pura diplomazia culturale perché ci pone tutti in una grande famiglia e, come è giusto che accada in ogni famiglia, ci invita a ricostruire la nostra storia comune e a confrontarci con i nostri antenati per capire, da europei, ciò che siamo e verso quale direzione intendiamo avviarci.

 Nel 2018 hai creato per Electa il Festival Ō. Como spettatrice ho molto apprezzato l’eclettismo di questo festival, perché è pensato per un pubblico che non è solo interessato ad una sola disciplina e che si è svolto in tre location mozzafiato: le Terme di Diocleziano, la sala ottagonale del Planetario e il Palazzo Altemps. Musica, danza, teatro, ma anche architettura, design, performance… credi che ci porterà verso nuove strade questo dialogo tra la creazione contemporanea e il patrimonio storico, che per lungo tempo non hanno interagito con un fine comune?

Come dicevo, il patrimonio storico non è cristallizzato nel passato: esso vive, vibra negli occhi di chi lo osserva ed esplora. È per questo che la filologia e lo studio basato sui “dati” è essenziale per costruire una basa scientifica da trasmettere al pubblico. Ma non possiamo pensare di comunicare il nostro patrimonio storico solo attraverso una serie di informazioni. Dobbiamo farne rivivere la matrice emozionale e immaginativa. E gli artisti contemporanei sono tra i migliori a poter veicolare questa potenza creatrice e a manifestare la storia nel suo continuo pulsare. L’opposizione tra patrimonio storico e creazione contemporanea è dunque una barriera apparente, ingigantita dal fatto che, a volte, la seconda è semplicemente giustapposta alla prima, senza una costruzione di senso che, invece, ne mostri la fluidità e l’intrinseca correlazione. I curatori interessati a promuovere questo dialogo tra i tempi dovrebbero, a mio avviso, puntare a costruire e valorizzare una vera storia che dal contemporaneo muova al patrimonio e viceversa. Esporre delle opere contemporanee in un contesto storico senza che vi sia stato un reale confronto tra l’artista e quel contesto, non credo abbia molto senso e, anzi, temo rischi di scavare ulteriormente il fossato tra il passato e il presente.

 

Sei stato responsabile del Progetto Formazione alla Sorbonne, che aveva come missione di concepire delle politiche educative innovative, e hai poi continuato la tua esperienza di docente a Sciences Po Paris e, più recentemente, alla Bocconi, dove insegni Performing Arts. Sicuramente in questo momento storico in cui il lockdown ha costretto tutti alla didattica a distanza, questa esperienza sarà stata per te un vantaggio, ma anche una sfida per una disciplina come la performance, che necessita dell’interazione del pubblico con gli artisti. Come ti sei trovato, come hai superato e hai fatto superare ai tuoi alunni questa circostanza puntuale? 

La didattica a distanza non è la trasposizione online dei soliti metodi di insegnamento. Essa deve essere concepita ad hoc, superando i limiti e sfruttando le immense possibilità legate al digitale. Quando lavoravo a Sorbonne Universités, avevo avuto il grande privilegio di confrontarmi con alcuni ricercatori e insegnanti che erano stati tra i pionieri di queste nuove modalità di insegnamento. A quel tempo si dibatteva sulle differenze tra i MOOC (Massive Online Open Course) e gli SPOC (Small Private Online Course), e quasi in tutti i casi prevaleva la consapevolezza che l’insegnamento ibrido (al contempo online e in presenza) fosse l’unica possibilità reale per coinvolgere gli studenti fornendo loro preziosi strumenti complementari all’insegnamento tradizionale. Con il lockdown, siamo stati obbligati a reinventarci dall’oggi al domani, senza tuttavia avere a disposizione quei mezzi tecnologici che assicurano la buona resa delle registrazioni audiovisive. Quando la responsabile pedagogica di Sciences Po mi chiese di inventare un nuovo format per coinvolgere il più possibile gli studenti, mi dissi subito che avevo un’occasione straordinaria per sperimentare. Per insegnare correttamente la Performance Art, infatti, non potevo prescindere dalla dimensione performativa, tanto della materia insegnata che della modalità di insegnamento della stessa. Ho così suddiviso ogni lezione in due parti: nella prima spiegavo le più emblematiche performance del XX secolo, e nella seconda gli studenti si riunivano tra di loro in mini-sessioni su ZOOM, con l’obiettivo di rimettere in scena quelle performance. Gli studenti si sono così improvvisati performer, chi danzando, chi suonando, chi scrivendo, chi declamando e utilizzando tutte le tecnologie a disposizione, dallo stesso ZOOM a Whatsapp, passando per TikTok e i software di video-editing. Ne sono nati alcuni video artisticamente notevoli, in cui le celebri performance di Joseph Beuys, Yves Klein, Marina Abramovic, etc., hanno riacquisito una nuova vita, grazie all’entusiasmo degli studenti che hanno coinvolto coinquilini, genitori e amici con cui trascorrevano il confinamento. Adesso, gli stessi studenti stanno lavorando sul montaggio, l’editing, la colonna sonora e lo script per diffondere questo esperimento e farne un docu-film che vuole essere un’ode alla performatività.

 

Infine condivido la tua riflessione: “Nella cultura, nell’arte, bisogna non solo conservare, bisogna anche fare”. Che farà Cristiano Leone a lungo termine, quale sarebbe l’eredità che vuole lasciare alla società?

Sono un umanista. Per me il rapporto con il passato è una continua imitatio-aemulatio. Dobbiamo conservare e valorizzare il patrimonio storico e allo stesso tempo dobbiamo costruire il patrimonio di domani. Per questo, ho scelto la missione di favorire il dialogo tra il patrimonio e le arti contemporanee, rispettando e celebrando l’antico, ma sostenendo al contempo i nostri artisti. Dopo tanti anni di esperienza sul campo, tra direzione artistica, drammaturgia e regia teatrale e cinematografica, oso credere di avere raggiunto quella maturità necessaria per dirigere un’istituzione storica, permearla di una visione internazionale e ambiziosa, e consegnarla alle prossime generazioni.

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Roma, Febbraio 2021 . Intervista a cura di Patricia Pascual Pérez-Zamora, @patoperezamora. Photo credit: Luca Massaro