Carlos Spottorno

Nato a Budapest nel 1971, cresciuto tra Madrid e Parigi e laureatosi all’Accademia di Belle Arti di Roma, Carlos Spottorno è un fotografo e documentarista spagnolo che ha pubblicato cinque libri e ha ricevuto diversi premi per il suo lavoro.

Partiamo dai suoi inizi… Come mai decise di diventare fotografo? Era sempre stato il suo sogno?

No, io volevo diventare pittore dal momento che avevo un approccio molto classico all’arte. La fotografia mi interessò sin dall’adolescenza ma non avevo mai pensato di farne una professione, ciò accadde dopo aver studiato pittura ed aver lavorato in un’agenzia pubblicitaria. La mia carriera di fotografo cominciò a 30 anni, un pò tardi ma con tanta esperienza alle spalle. Credo sia stata utile l’esperienza presso l’agenzia pubblicitaria poichè mi insegnò molto sul funzionamento dell’economia e della psicologia della comunicazione.

Perché scelse Roma per frequentare l’Università?

Fu una scelta semplice: mio padre, che era diplomatico ed adorava Roma, fu destinato all’Ambasciata di Spagna in Italia nel 1989 ed io decisi di trasferirmi con lui a Roma. Anche se sarei potuto rimanere a Madrid, ero sicuro che vivere immerso nell’infinito tesoro artistico romano mi avrebbe dato quella base di classicità che avevo sempre ritenuto indispensabile per il mio lavoro. Mi considero un creatore contemporaneo, ma con un grande rispetto per le radici dell’arte occidentale. Quindi Roma era proprio il posto adatto a me.

Che quartiere di Roma considera più “fotogenico”?

Non so che cosa sia la fotogenia perché ogni luogo ha il suo fascino a seconda di ciò che si cerchi. Per il momento ciò che mi interessa maggiormente è il centro storico e Trastevere, luoghi così spesso fotografati che è quasi impossibile non cadere nel banale. A Roma coesiste quel che di più bello c’è sulla Terra ed una decadenza e decomposizione altrettanto estrema. È questa doppia natura che scatena sentimenti totalmente opposti ed equivalenti. Penso che ogni persona che viva a Roma provi questa dualità di emozioni verso la città, è il regno dei grigi. La città più santa e più peccatrice, dove l’eleganza totale e la maleducazione coesistono in costante equilibrio.

Qualora un ragazzo appena laureatosi in Fotografia le chiedesse un consiglio su dove sia meglio vivere e lavorare tra Italia o Spagna, cosa le risponderebbe?

Se si trattasse di un giovane spagnolo, gli direi di venire in Italia e viceversa. Siamo paesi fratelli con delle radici comuni, ma anche con delle singolarità uniche. Una persona appena laureatasi ha bisogno in ogni modo di uscire dal guscio ed esporsi a realtà alternative. Poi gli consiglierei di andare nell’Europa protestante, in Cina e viaggiare il più possibile. Il fotografo deve conoscere il mondo.

Ha spesso lavorato in contesti molto delicati: dalla frontiera con la Libia della prima guerra civile alle zone più povere del Camerun passando per lo ZEN di Palermo. Quale scena a cui ha assistito nel corso della sua carriera l’ha maggiormente segnata?

Il grande esodo verso i Balcani dell’estate 2015 è stato senza dubbio una delle esperienze che più mi hanno toccato. Le immagini dei bambini che camminavano per i campi serbi con il loro piccolo sacco a pelo sotto la pioggia mi hanno segnato profondamente. Per qualche giorno ho capito che cosa significa stare da soli, non voluti, stanchi, affamati e, soprattutto, con una grande incertezza sul futuro. Poi anche il momento di un salvataggio in mare durante l’operazione Mare Nostrum fu forte. All’epoca, nel 2014, queste cose non venivano trasmesse spesso in TV.

Nel libro La crepa, che ha recentemente pubblicato con il giornalista Guillermo Abril, presenta il risultato di tre anni di lavoro e di oltre 25.000 foto realizzate. Come è nata l’idea di raccogliere buona parte di queste foto sottoforma di fumetto?

Il progetto iniziò come una serie di reportage per la rivista spagnola El País Semanal sulle frontiere dell’UE. Poi nacque l’idea di farne un libro e, successivamente, in un ulteriore sviluppo del progetto l’idea di farne una graphic novel. Mi sono detto che se volevo raggiungere un pubblico più ampio avrei dovuto trovare un linguaggio contemporaneo che attirasse l’attenzione maggiormente rispetto al libro fotografico che continua ad essere percepito come un oggetto leggermente elitista.

Nel corso della sua carriera ha scattato milioni di foto. Quale custodisce con maggior gelosia?

Con il tempo tutte le immagini, ma soprattutto quelle che sono raccolte nei libri, acquisiscono valore. Oggi si fanno milioni di immagini al secondo e suppongo che la maggior parte di esse si perderanno non appena la tecnologia che le contiene cominci ad essere obsoleta. Invece i libri, seppur apparentemente fragili, sono molto resistenti al tempo. Un libro muore con il fuoco e con l’acqua ma la sua natura che porta alla sua diffusione fa si che la perdurabilità nel tempo sia più efficace. È facile scegliere le foto che mi sono più care: quelle con cui ho fatto dei libri.

Molti considerano la foto che ritrae i tre leader Alleati chiacchierando su una panchina al termine della Conferenza di Yalta, o quella che ritrae la fuga disperata di Kim Phúc durante la guerra del Vietnam, gli scatti più emblematici dell’ultimo secolo. Ma, a lei, quale foto tra quelle poi passate alla storia le sarebbe maggiormente piaciuto realizzare?

Io senz’altro avrei voluto fare la foto di Yalta. Mi immagino lì, a far finta di nulla, ma stando attento a tutto ciò che veniva detto in quel momento tra i tre protagonisti. Forse parole senza peso politico, senza importanza, ma dalle quali saremmo capaci di estrarre tante informazioni. Avrei voluto fare quella foto e, soprattutto, sarei voluto essere lì presente.

Dopo aver viaggiato tanto ed aver fotografato posti così diversi e lontani, dove sogna di andare a vivere in futuro?

Mi piacerebbe vivere almeno per un anno in qualche paese scandinavo. Ma, guardando più a lungo termine, senz’altro in un paese mediterraneo e possibilmente in campagna.