Agnes?

Agnes? (1995) nata a Roma e vive a Londra, si è laureata presso Camberwell College of Art nel 2018. Anche se ha iniziato il suo percorso con la fotografia e la scultura, ora si concentra sulla performance come mezzo per esplorare la relazione tra uomo e natura.

Non molto tempo fa ho conosciuto “Agnes?”, era una soleggiata mattina di marzo e mi recavo presso l’inaugurazione di una mostra d’arte. Ricordo i suoi movimenti e come questi emanavano energia. Ci sono persone che fin dal principio, dalla stretta di mano, ti rendi conto che sono diverse: non passa affatto inosservata, dal suo sorriso sempre splendente alla sua arte multidiscplinare ed in continua evoluzione. La sua personalità, la sua anima “marinara” e “gitana” al contempo fluiscono libere e la cosa meravigliosa che accanto a lei accade è che anche tu fluisci per risonanza. Nel suo universo sono presenti colori, emozioni, contenuti ed entusiasmo e nonostante la sua giovane età ha già dato molto di cui parlare: sono sicura che scriverà la sua pagina nella storia dell’arte contemporanea.Colazione per l’intervista al rumoroso bar del quartiere,  Agnes? si avvicina a me con fare allegro e vivace, indossando una giubbetto Avirex degli anni 80 ed un vestito di maglia color rosa e lampone che solo se si è dotati di una personalità come la sua puoi permetterti di indossare,  i miei occhi cadono sulla  Classic City Bag  (“della mamma”, afferma). Si toglie il cappello e mi sorride con la leggerezza che solo un discorso pragmatico, concreto e maturo si può permettere.

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Acqua, liquido, polpo, sirena….. Alla fine, fornendo una visione generale, lei è liquidamente acquatica. Come si definisce lei? A quale specie pensa di appartenere? 
Nata e cresciuta in un’isola, il mare è il mio habitat e grembo materno. Nella terraferma non trovo ispirazione ma calma piatta. Nel mare, nel naufragio, nella navigazione, nel transitare, nel fluire , nel nuotare, nel cambiare e nella trasformazione, io prendo forma. Sono una forma intangibile, inclassificabile e cangiante come un octopus in mutamento o un balena che migra in viaggi transatlantici e transcontinentali. Io mi sento una migrante e, come Paul B. Preciado, nel transitare trovo la mia casa.
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Una parte importante del suo lavoro, che aggiungerei multidisciplinare, è la performance, e lei si definisce liquida, ma curiosamente è la parte terrena, e nello specifico la ceramica, di cui la terra è l’elemento base, a costituire il pilastro del suo lavoro più sperimentale e complesso. Le sue performance hanno bisogno di più tempo, risorse e manodopera come vivi questa dicotomia? Amore odio?
Durante la notte mi sveglio, sobbalzo dal letto e caccio un urlo. Leggendo i racconti di Clarice Lispector, ho capito che le idee hanno un tempo di gestazione, una gestazione inconscia che si sviluppa dentro di noi ed al di fuori del nostro controllo e della nostra coscienza. Come un feto scalcia le pareti dell’utero, la notte io mi sveglio e urlo, sono le idee in gestazione che mi prendono a calci.
Allora le lascio gestare nel loro liquido amniotico che inconsciamente nutro con la mia ricerca e le mie esperienze.
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Formazione in Inghilterra (Camberwell College of Arts), ora progetti a New York. Come hanno influenzato la sua visione ed evoluzione artistica queste esperienze all’estero? Molti artisti vengono a Roma a cercare ispirazione. Ha bisogno di partire, per ritornare (come figlia di un marinaio) o si tratta di una contaminazione multidisciplinare che la città non le offre?

Roma per me è simbolo di madre, dove il mio lavoro è protetto. È sempre importante tornare a Roma per lasciar fluire le idee e dare spazio alla mia arte. Roma è un luogo di introspezione e contemplazione, un “safe space” dove posso creare, lontana da ogni contaminazione esterna.
Lasciare Roma è come salpare dal porto e mettersi in viaggio, un viaggio lungo e interminabile, la quale meta è sempre sconosciuta. L’importante è la navigazione e chissà forse il mio destino è quello del naufragio, come quello dei marinai del romanticismo rappresentati da Turner e Gericault. E’ sempre importante tornare a Roma per lasciar fluire le idee e dare spazio alla mia arte. Roma è un luogo di introspezione e contemplazione, un “safe space” dove posso creare, lontana da ogni contaminazione esterna.
Naufragata a Roma, continuo il mio viaggio verso nuovi luoghi. New York mi aspetta ad agosto per una nuova avventura al Pratt Institute. Ma poi tornerò, alla fine torno sempre.
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Le sue prime opere sono spesso di dimensioni enormi, un’enorme piscina, un enorme polpo. Ora, però, il suo lavoro ha dimensioni più ridotte. Sta affrontando un cambiamento?

Sono 10 mesi in terapia ormonale mtf. Il mio testosterone è a zero e questo, ovviamente, ha una ripercussione molto importante nel mio corpo, biologicamente maschile. La forza fisica, la rabbia, l’istinto sessuale, la violenza, li vivo in maniera diversa, più tenue e moderata, sento di dover perfezionare me stessa e la mia arte, di doverla proteggere e cullare come una madre. La maternità, la femminilità, la tenerezza, sono concetti adesso più urgenti da sviluppare.
Ma il dramma, la tragedia, l’epico… resteranno sempre presenti in me e nella mia arte.
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Lei mi parla di cyborg e io penso che o sono troppo vecchia o lei è all’avanguardia. Come influenzerà il mondo dell’arte, passerà inosservato o sarà una rivoluzione? Impiantare un’antenna nella testa che converte i colori in suoni è molto forte come concetto.

Ho rinunciato all’essere umano e intrapreso una via indipendente e transitiva già da prima della mia terapia ormonale, la quale può essere definita come un processo cyborg.
Il farmaco è un’alterazione alla natura, un controllo tecnologico concepito come fattore esterno che modifica lo sviluppo naturale del corpo. Ormai di naturale non c’è più niente, o meglio, il concetto di natura è cambiato.
I cyborg non sono così lontani dall’essere umano contemporaneo, ormai dipendente dalla tecnologia.
Attraverso il mio lavoro cerco di trasformarmi in creatura trans-specie, ovvero, al di là della specie umana, al limite della realtà. Tra scienza e finzione creo una storia individuale, una mitologia di me stessa. Grazie alle mie installazioni e performance riesco a creare un mio habitat, con i miei abitanti, forme e colori. Sono io la protagonista, il mio corpo ibrido, senza genere e senza specie, senza tempo ne spazio. Sono fluida, in cambiamento costante e non appartengo a nessuna categoria.
Grazie all’intervento di tecnologie speciali riuscirò un giorno a percepire nuovi sensi, che noi umani non riusciamo a percepire poiché limitati dalla nostra umanità.
Conoscere i cyborg per me è stato un segno del destino, un passo avanti per la mia ricerca. Non solo sarò una creatura trans-specie ma potrò interagire ed essere integrata con altre creature inumane.
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Ha studiato al liceo spagnolo e devo dire che il suo spagnolo è perfetto. Si sente a suo agio con noi? Le piacerebbe un progetto artistico con la Spagna?

Il Liceo Spagnolo Cervantes mi ha aiutata molto nell’apertura mentale e nella creatività. È stato un luogo dove sono stata trattata normalmente malgrado le mie diversità. Mi sono sentita accolta dalla cultura spagnola alla quale sono rimasta così affascinata da non averla lasciata mai. Sono in perenne contatto con artisti spagnoli, i cyborg appunto vengono da Barcellona. Ho collaborato con ballerini e teatranti spagnoli con i quali mi piacerebbe stringere ancora di più un legame. Vorrei dar vita alla cultura e l’arte contemporanea spagnola in Italia, invitando a Roma artisti che stimo, rafforzando le comunità e l’alleanza artistica tra le due culture.

 

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Intervista a cura di Patricia Pascual Pérez-Zamora, @pato_perezamora. Roma, Gennaio 2022